Crans Montana e sicurezza sul lavoro: cosa ci insegna il comportamento umano nelle emergenze

La tragedia avvenuta a Crans-Montana ha riportato al centro dell’attenzione un tema spesso sottovalutato: il comportamento umano nelle situazioni di emergenza.
Al di là delle responsabilità strutturali e organizzative, eventi di questo tipo pongono una domanda cruciale anche per il mondo della prevenzione aziendale: perché, di fronte a un pericolo evidente, molte persone non reagiscono immediatamente?

Capire questo meccanismo è fondamentale per parlare in modo serio di sicurezza sul lavoro, gestione delle emergenze e formazione efficace.

Il fattore umano nelle emergenze

Quando si affronta il tema della sicurezza, l’attenzione si concentra spesso su impianti, presidi antincendio, procedure e piani di emergenza.
Tutti elementi essenziali, ma non sufficienti.

In una situazione reale di pericolo, la variabile decisiva è quasi sempre il comportamento delle persone.
Ed è proprio qui che emergono le maggiori criticità.

In contesti affollati, poco chiari o emotivamente carichi, l’essere umano tende a:

  • osservare il comportamento degli altri;
  • rimandare l’azione in assenza di segnali evidenti;
  • interpretare la calma altrui come assenza di pericolo.

Questo schema si è ripresentato anche nei fatti di Crans-Montana.

L’esperimento che spiega perché non reagiamo

Già nel 1970 due psicologi dimostrarono in modo scientifico questo meccanismo.
In un esperimento divenuto celebre, alcuni studenti vennero fatti accomodare in una stanza per compilare un questionario. Dopo pochi minuti, del fumo iniziò a entrare sotto la porta.

I risultati furono chiari:

  • quando una persona era da sola, nella maggior parte dei casi reagiva immediatamente;
  • quando erano presenti altre persone che mostravano calma, la reazione si riduceva drasticamente.

Il pericolo era lo stesso.
A cambiare era il contesto sociale.

Questo fenomeno è noto come influenza sociale e ha un impatto diretto sulla sicurezza, sia nei luoghi di lavoro sia negli ambienti pubblici.

Crans Montana: un esempio reale di influenza sociale

Nei primi istanti di un’emergenza reale, il pericolo raramente si manifesta in modo netto.
Spesso si presenta così:

  • fumo inizialmente leggero;
  • rumori confusi;
  • assenza di allarmi immediati;
  • persone che restano ferme.

In questi contesti, il cervello cerca conferme esterne prima di agire.
Se nessuno scappa, se nessuno urla, se nessuno segnala il pericolo, la reazione viene rimandata.

A Crans-Montana, questa dinamica ha contribuito a ritardi decisionali che si sono rivelati fatali.
Non per mancanza di intelligenza o consapevolezza, ma per un meccanismo umano profondamente radicato.

Sicurezza sul lavoro: perché la formazione deve cambiare

Questo è il punto di contatto diretto tra Crans Montana e sicurezza sul lavoro.

Nei luoghi di lavoro, soprattutto in quelli complessi o affollati, le emergenze non si presentano mai in modo “didattico”.
Non iniziano con sirene perfette e istruzioni chiare.

Per questo la formazione non può limitarsi a:

  • elencare procedure;
  • descrivere presidi;
  • spiegare planimetrie.

Serve lavorare sul comportamento reale, insegnando alle persone che:

  • l’attesa è spesso il rischio maggiore;
  • la calma degli altri non è un indicatore di sicurezza;
  • agire per primi può salvare la propria vita e quella altrui.

Una regola semplice che vale ovunque

Che si tratti di un locale pubblico, di un’azienda o di una struttura complessa, una regola resta valida:

  • non aspettare la reazione degli altri

  • fidati della tua percezione

  • se qualcosa non è normale, allontanati subito

Il pericolo più grande, spesso, non è l’emergenza. È l’attesa.

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